lunedì 9 novembre 2009

Su Io, Lei e la Romagna di Guido Passini

 

Impressioni di lettura di Stefano Leoni


Community Minded

A distanza di un anno circa dalla raccolta antologica Senza Fiato (Fara, 2008) Guido Passini torna a regalarci un secondo testo, Io, Lei e la Romagna, sempre per le edizioni Fara di Rimini, poco meno di 70 testi poetici tutti dello stesso Passini.
L’autore compie una operazione di consolidamento di ciò che il testo precedente aveva avviato, muovere attenzione verso il problema di una patologia genetica grave come la Fibrosi cistica di cui Guido stesso è affetto, ponendo la propria reale esperienza come esempio e testimonianza.
L’amicizia che mi lega all’autore non mi impedisce di valutare credo correttamente, anche se non esaustivamente, la portata emozionale e simbolica del libro.
Guido racconta di sé suddividendo il testo nelle tre sezioni che il bel titolo stesso dell’opera suggerisce: Io, sezione nella quale il poeta chiarisce il peso della malattia sull’umano che ne subisce la violenza nonché la ridda dei sentimenti passivi e reattivi cui questa dipendenza obbligata costringe. La seconda sezione è dedicata a Lei, la malattia stessa, che diviene una entità vera e propria, a mio vedere sostanziata in una duplice fisionomia, quella simile a una serpe cattiva che percorre “infida il corpo, / le vene, le vie aeree, tutti i pensieri.”, e quella di una sorta di amante perversa e inevitabile, che rendendosi in qualche modo sposa indesiderata e tendenzialmente indissolubile spinge l’autore alla doppia fatica, ma salvifica, di ricostruirsi ad ogni istante, come Guido stesso dice: “Devo reinventare me stesso”.
Così sopraggiunge la terza sezione, La Romagna, che è causa/effetto del reinventarsi, nella quale la zona geografica è metafora efficace e illuminante delle motivazioni che spingono l’autore a trovare l’enorme e commovente forza di reazione che pervade l’intero testo: l’amore.
Certamente è l’amore per la compagna Cristina, simbolo però anch’ella di un sentimento corroborante e guaritore più ampio, di peso specifico valoriale tale da superare abbondantemente il dolore.
Guido utilizza una scrittura che, nel confronto con i testi di Senza Fiato, si dimostra più sicura ed efficace, forse anche per i numerosi testi di altri autori che il poeta ha letto attentamente e recensito nella parallela esperienza instancabile di recensore e di diffusore della poesia che ha svolto, a dimostrazione ancora una volta che la poesia non è per Passini solo un luogo terapeutico dove esorcizzare il proprio disagio ma una sincera dimensione concettuale nella quale il talento si coniuga all’impegno.
Io voglio quindi soffermarmi non tanto sul significato di Io, Lei e la Romagna, e nemmeno tanto analizzarne la costruzione tecnica e l’efficacia delle scelte lessicali o ritmiche, pur apprezzandole, quanto sottolinearne la valenza positiva e propositiva che la fatica di Guido esprime.
Ciò che mi affascina e mi commuove (sottolineando che per commozione io intendo partecipazione, condivisione, vicinanza sincera e innanzitutto fare tesoro dell’esperienza altrui per imparare) è la constatazione del flusso benefico che l’opera di Guido regala.
Passini infatti potrebbe esprimere tutta la sua esperienza, negli aspetti terribili e nelle intenzioni tenaci di resistervi, e tanto basterebbe forse a trovarvi una ragione sufficiente. Ma l’autore va ben oltre questo atteggiamento e trova nella condivisione con gli altri lo scopo alto del suo agire, non risparmiandosi alcuna stanchezza. Guido unisce, crea la rete, tesse relazioni, costruisce, porta conforto, soffre per altri, gioisce per altri, offre sé stesso dunque per un bene comune.
L’energia che spreme da sé stesso e sparge attorno anche verso chi anche non condivide esattamente lo stesso dramma diviene uno splendido boomerang, capace di rendergli amplificato l’amore che dona.
Community minded, appunto. Un esempio per me, per tutti.

sabato 7 novembre 2009

Pro/Testo a Mantova 14 nov


Sabato 14 novembre alle ore 20.30 lo spazio sociale La Boje (Mantova, via Frutta 3) ospita una castagnata sociale, alla quale seguirà la presentazione di Pro/Testo, antologia di poesia civile a cura di Luca Paci e Luca Ariano (Fara editore, Rimini, 2009) dalla quale Lorenzo Mari estrae Pesto alla romana, lettura della propria raccolta inserita nell'antologia, idealmente dedicata alla memoria di Federico Aldrovandi.
Ingresso gratuito, ovviamente da parte sinistra.

Alcuni link, nella miglior tradizione del cyber-movimentismo:
http://www.articolozero.org/
http://it.wikipedia.org/wiki/Omicidio_di_Federico_Aldrovandi
http://www.faraeditore.it/html/neumi/protesto.html
http://www.nazioneindiana.com/2009/10/31/quanto-costano-le-fotografie-di-stefano-cucchi/

venerdì 6 novembre 2009

Vincitori PREMIO “Città di ADELFIA” 2009. Penati finalista!




  
ADELFIA (Ba). La XXVI edizione del Premio letterario “Città di Adelfia”, cui hanno partecipato più di cento libri, è stato assegnato a Emilio Coco per la poesia (Il dono della notte, Passigli) e a Riccardo Chiaberge per la saggistica (La variabile Dio, Longanesi).
I premi saranno consegnati domenica 8 novembre, alle ore 19.00, nella sala consiliare del Municipio di Adelfia, la cui Amministrazione promuove e gestisce il Premio con la collaborazione della rivista “incroci” (Adda).
La giuria, presieduta da Raffaele Nigro e composta da Lino Angiuli, Ettore Catalano, Daniele Giancane e Francesco Nicassio, ha operato la scelta all’interno di due rose formate dai seguenti altri autori.
Poesia: Silvia Comoglio, Canti onirici (L’arcolaio); Renzo Di Renzo, Ballammo un’estate soltanto (Amos); Andrea Manzi, Morire in gola (Manni); Carlo Penati, Vorrei imprimere un vuoto nell’aria (Fara); Massimo Scrignoli, Vista sull’angelo (Book).
Saggistica: Silvio Biancardi, La chimera di Carlo VIII (Interlinea); Aurelio Iori, Stato senza gestione, (Guida); Augusto Gentili, La bilancia dell’arcangelo (Bulzoni); Giuseppe Manitta, Giacomo Leopardi : Percorsi critici (Il convivio); Armando Massarenti, Staminalia : Le cellule etiche (Guanda).

Lettera di Riccardo Burgazzi a Vincenzo D'Alessio sul senso della poesia

(grassetti nostri)

Gentilissimo Vincenzo,
ricevuto il tuo pacco, ho pensato di risponderti con una “lettera tradizionale”, che tanto si addice all’argomento che ci ha fatto “incontrare”: la poesia. Spero che la mia pessima calligrafia non rovini quel sapore antico che ha l’inchiostro e che la mia zampa di gallina – che lotto per tenere a freno, ma tra qualche riga emergerà – non faccia rimpiangere l’uso del computer.
È stata una piacevolissima sorpresa ricevere la tua recensione: Un cerchio di pietre raccoglie gran parte del lavoro che ho fatto in tre anni di “pratica poetica” e sapere che è stata apprezzata da un poeta già affermato paga molto.
Vorrei poter dire di “aver letto le tue pagine” (Giorgio Barberi Squarotti?! Lo conosco! O meglio… ho studiato due suoi saggi per un esame di Filologia Romanza), ma non ne ho ancora avuto modo; naturalmente lo farò presto, anche per vedere se abbiamo poetiche simili e, quindi, cercare di capire cosa può averti spinto a recensire le mie poesie, tra le tante di Legenda.
So poco di te e in realtà sono in difficoltà nello scrivere questa lettera. La cosa che mi preme di più è ringraziarti: corro il rischio di essere ripetitivo, ma il tuo gesto ha rappresentato molto per me, perché spesso mi ritrovo a pensare alla Poesia Lirica come a un’arte su un binario morto.
Quando a maggio, a Traversetolo, facendo una presentazione con altri autori, è stato chiesto da una signora “come mai scriviamo poesia e che senso abbia farlo”, tutti hanno risposto pieni di speranza e sicuri delle loro poetiche; io, invece, ho fatto presente che se il fine ultimo dello scrivere versi è “condividere momenti e sensazioni personali con chiunque abbia bisogno delle parole giuste per dare un nome a ciò che sta vivendo” (se poeta è chi dà un nome alle cose), a questo fine, oggi, arrivano meglio i cantanti: una persona triste, felice, arrabbiata, rilassata ascolta una canzone, non legge una poesia.
La poesia è sentita come lontana, erudita o banale… è ormai stereotipata.
L’osservazione non è piaciuta.
Ad essere sinceri non piace neanche a me, ma se qualcuno è arrivato a parlare di “morte dell’autore”, ci si poteva aspettare che altri avrebbero pensato alla “morte della poesia” (e quale epoca migliore per il liricidio, se non quella del telecomando?) e se la “morte dell’autore” era visione relativa, in quanto legata a una certa filosofia, la “morte di un genere” è più facile da argomentare, se non altro perché nella storia è già successo. Nessuno ha più scritto tragedie, perché nessuno, con l’avvento del romanzo, ha voluto più leggerne. Temo che la canzone (che si può ascoltare comodamente ovunque, senza la fatica di leggere) seppellirà la poesia (così come la conosciamo), che oggi molti ancora scrivono, ma pochi leggono: chi mai comprerebbe un libro di poesia? Anche chi è “nel giro” ha serie difficoltà a elencare cinque nomi di poeti contemporanei, nessuna a enumerare venti cantanti affermati.
Eppure, appunto, “se ne scrivono ancora” e ci sono più circoli poetici oggi che mai nella storia della letteratura.
Sì, ma le letture poetiche lasciano il tempo che trovano, non credi? L’autore di turno legge i suoi versi e anche l’ascoltatore più attento fatica a recepirli come si dovrebbe. Tutto scivola via.
Senza un testo sotto gli occhi, come fa la parola scritta a contare qualcosa?
Non mi piace seminare angoscia senza tentare una pars costruens; dunque ho pensato che una possibile soluzione per tener viva la poesia, sia farla tornare – come alle Origini – insieme alla musica. Se una lettura poetica venisse interpretata proiettando il testo alla parete e accompagnandosi con un sottofondo musicale, allora sì, allora quella sarebbe Poesia. Tutti potrebbero seguirne gli snodi, entrando nel testo, armonizzandosi con esso. Un maestro di musica, quest’estate, ha scritto i sottofondi per i testi del “Cerchio” e a novembre proverò questo tipo di presentazione, accompagnato da un’arpista. Funzionerà?
Mi hanno detto che ciò equivale a denaturalizzare il nostro genere. Al contrario, credo che questa sia la sua vera natura: i versi arrivano alla mente del poeta come una melodia che passa dagli occhi (“tutto è sguardo”), egli di fretta li segna, così come gli sono arrivati, per poi tornarci più e più volte, per mesi, per rifinirli. Ma manca sempre qualcosa, qualcosa che egli non è in grado di rendere: l’armonia con la quale si erano generate le parole in quell’istante. Manca il brivido che dà senso alla parola “paura”, manca lo stropiccìo che ognuno conosce nel rotolare delle foglie secche.
Mancano i suoni. La carta è muta, anche quando si contorce nei camini e – ironia della sorte – risuona la fiamma: ecco che la canzone (la strana marcia bisbigliata dal fuoco) ha ucciso la poesia, che resta cenere muta.
Quindi teatro? Ti confesso che mi piacerebbe adattare “Un cerchio di pietre” a un testo scenico. Come avrai notato la raccolta è divisa in quattro parti, le stagioni, partendo dall’estate: si tratterebbe, quindi, di inscenare un viaggio… ma allora sì, a questo punto sì che starei facendo un’altra cosa, denaturalizzando la poesia.
Niente da fare: non riesco a sconfiggerla, continua a rinascere dalle sue ceneri.
Osservando di nuovo la storia della letteratura, infatti, in vari momenti fu riavvicinata alla musica e poi da essa nuovamente separata. Questo da una parte mi avvilisce: i miei momenti di sconforto, in cui vorrei riuscire a farla finita con questo “genere discreto, delle piccole cose”, per passare a produrre opere di più vasto respiro (“nostos, to dolce lonh, delendum est”) e fruibili da più persone, sono una continua lotta coi mulini a vento. La poesia si salva sempre.

Da un’altra parte mi consola: la poesia si salva sempre! Anche nell’epoca del telecomando nessuno potrà impedirci di essere filosofici, bucolici, epici, erotici, romantici, ermetici e via dicendo.
Mi avvio a concludere allegandoti due inediti, per cercare, in modo seppur minimo, di ricambiare il tuo prezioso dono.
Non credo che questi due testi abbiano già raggiunto la forma definitiva, tutt’altro. Sono parte di nuovi progetti: un trittico di poesie in endecasillabi ispirate all’Africa (ahimè noterai che i contenuti hanno spesso ceduto ai vincoli formali) e una nuova raccolta, più ironica del Cerchio.
Di progetti ne ho sempre tanti: la maggior parte, però, non la comincio nemmeno. Spero di racchiudere tante idee in una storia, un giorno; ma sembra che non sia ancora pronto a scrivere qualcosa che non si traduca in più di una ventina di versi. Se mai ci dovessi riuscire, però, te lo farò di certo sapere e tu recensiscimi ancora: solo così la nostra fenice rinasce.

Hominem pagina nostra sapit.

Riccardo

giovedì 5 novembre 2009

L'imperfezione dei cardini


E' con piacere che annunciamo la pubblicazione dell'opera prima di


Antonio Bassano

L'IMPERFEZIONE DEI CARDINI
(Le Voci Della Luna, Sasso Marconi, 2009)


 


Mancavano i tuoi soliti segni premonitori,
la tua voce che si fa più dura, il mio riferimento
a leggi non scritte ma ugualmente esattissime.
Per il resto c’era tutto a partire dal freddo
che ci mordeva fianchi e orecchie e il tram
che continuava a ostinarsi nel ritardo
mentre noi sul marciapiede ci muovevamo
all’unisono, dolenti come un antico coro greco.
Guarda - ti dico nel rumore e nel grigio,
sapendoti ormai quasi rassegnata al peggio -
la tangenziale che passa sopra col suo traffico
diventa un sottotetto inatteso e ci copre la testa.
Prendine allora tutto il buono che ne viene
male che va, almeno ci ripariamo dalla pioggia.




È l’imperfezione il vero, la mano che non trattiene e lascia scivolare: il dramma dell’incompiutezza, in una ricerca che è tentativo riuscito di dare un segno nuovo alla scrittura per renderla fedeltà di vissuto e, insieme, cifra personale, prova di apertura al mondo. –

dalla prefazione di Ivan Fedeli

Da Bassano non arriva infatti una poesia fondata sull’urlo, sulla ferita rabbiosa, ma una pacata consapevolezza, capace così di fare emergere la scissione, la doppia polarità di cose e persone o luoghi dalle imperfette, ma significative, geografie.

dalla postfazione di Fabiano Alborghetti



 

La silloge è la vincitrice della XV° edizione del premio Renato Giorgi
e premiata con la pubblicazione.


Ulteriori notizie sul Premio Renato Giorgi, clikka qui <http://farapoesia.blogspot.com/2009/10/vincitori-premio-nazionale-di-poesia.html>

Ufficio Stampa Le Voci Della Luna editore: effebianchi@libero.it
<mailto:effebianchi@libero.it>
(per notizie, ordini, contatti)




<http://farapoesia.blogspot.com/2009/10/vincitori-premio-nazionale-di-poesia.html>

mercoledì 4 novembre 2009

Commento di Benvenuto da Imola alla Commedia


5 novembre 2009 - Ravenna


Il Commento in latino alla Divina Commedia, svolto da Benvenuto da Imola nella seconda metà del 1300, fu tradotto nel XIX secolo da un altro imolese: l'avvocato Giovanni Tamburini. L'opera, che ebbe riscontri alterni, fu stampata dalla tipografia Galeati nel 1855-1856 e da allora mai più rieditata.
Passati 150 anni sono stati riproposti i volumi di Galeati cercando di cogliere pregi e difetti di una traduzione dal latino, l'unica a tutt'oggi, che rimane comunque un pregevole e piacevole strumento di lettura del Poema.

Emilio Pasquini
Professore di Letteratura Italiana all'Università di Bologna terrà una lectio magistralis
dal titolo Il Dante di Benvenuto da Imola

Interverranno:
Donatino Domini
Direttore Istituzione Biblioteca Classense
Walter Pretolani
Curatore dell'edizione

Biblioteca Classense, Sala Muratori, Via Baccarini, ore 17.30

Info:
Istituzione Biblioteca Classense
Tel. 0544.482112 (da lun. a sab. dalle 9 alle 18)
www.classense.ra.it




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